CUP nonsense: il canone di occupazione del suolo pubblico chiesto anche agli Operatori virtuali senza cavi propri. AIIP: “un’assurdità e una minaccia per le pmi”
Centinaia di piccoli Internet Provider ricevono richieste di pagamento per un onere che non devono. Alla base un fraintendimento tecnico su chi usa fisicamente i cavi della rete e chi invece si avvale solo di servizi virtuali. Oltre 30 sentenze confermano la linea di AIIP: urge un intervento del MIMIT per fermare uno spreco da oltre un miliardo di euro. L’Associazione lancia un sito informativo per i Comuni e chiede un intervento urgente.
Milano, 14 aprile 2026
Milano, 14 Aprile 2026 – Una vera e propria “pesca a strascico”. Così l’Associazione Italiana Internet Provider (AIIP) definisce l’attuale campagna di riscossione del Canone Unico Patrimoniale (CUP) che sta colpendo su scala nazionale e indistintamente gli operatori del settore.
Il paradosso: pagare per un’occupazione che non esiste
Le reti in fibra ottica che corrono sotto le strade italiane sono posate e gestite dagli Operatori di rete (FiberCop, Open Fiber e altri operatori), che ottengono dai Comuni una concessione per occupare il suolo pubblico con le proprie infrastrutture. Il CUP è il corrispettivo di quella concessione: chi ha cavi fisici nel sottosuolo del Comune, paga. La logica è semplice e condivisibile.
Il problema nasce quando questa tassa viene richiesta anche a chi il suolo non lo usa affatto. In Italia esistono centinaia di piccole imprese che vendono connettività a Internet senza possedere un metro di cavo nel sottosuolo: acquistano un servizio già pronto dall’operatore che ha posato la fibra e lo rivendono ai clienti finali. Questi Operatori non occupano il suolo pubblico, né direttamente né indirettamente, e la legge lo dice esplicitamente.
Servizio Attivo (virtuale) vs Servizio Passivo (di accesso fisico alla rete)
La distinzione che conta è quella tra servizio passivo e servizio attivo. Chi posa cavi nei minitubi del concessionario o ha un controllo diretto sull’infrastruttura altrui, occupa indirettamente il suolo: in questo caso il canone può essere dovuto. Chi invece acquista un servizio virtuale da un operatore di rete, e vende ai clienti finali senza operare materialmente sui cavi e le infrastrutture fisiche, non occupa nulla e non deve nulla. Confondere i due casi è l’errore all’origine dell’intero contenzioso.
Vista la complessità tecnica delle telecomunicazioni la distinzione non è sempre intuitiva “Ed è esattamente per questo che serve un chiarimento ufficiale del Ministero competente” afferma Giuliano Peritore, Presidente dell’Associazione che rappresenta medi e piccoli operatori.
La norma di interpretazione autentica in tal senso esiste già dal 2021, ma molti Comuni asseriscono che non varrebbe per le TLC, benché la documentazione parlamentare sia invece chiara nell’includerle.
La giurisprudenza prevalente è dalla parte di AIIP. I tribunali italiani, infatti, si sono già pronunciati con chiarezza: ad oggi si contano oltre 30 sentenze favorevoli agli Operatori virtuali, emesse in tutta Italia, da nord a sud, compresi pronunciamenti della Corte d’Appello di Venezia. Il verdetto è: chi vende connettività senza cavi propri non deve il CUP.
Nonostante ciò, le richieste di pagamento continuano, alimentando due paradossi. ll primo: un piccolo Operatore che vende connettività su tutto il territorio nazionale, pur non avendo un solo cavo nel suolo, con questa interpretazione errata si troverebbe a pagare 950 euro per ciascuno dei 7.894 Comuni italiani, per un totale di oltre 7,5 milioni di euro all’anno. Una cifra che nessuna piccola impresa può sostenere, evidentemente generata solo da un equivoco. Il secondo: il mercato italiano della connettività funziona perché esistono centinaia di operatori che comprano accesso alla rete da chi l’ha costruita. Se questi operatori vengono espulsi da un onere che non devono, il mercato si concentra in pochi grandi player, la concorrenza sparisce e i prezzi per i consumatori aumentano. Un danno per tutti. Secondo stime AIIP, tra 6.000 e 20.000 posti di lavoro nel settore sono a rischio.
Anche le dimensioni dello spreco sono concrete. In Italia operano circa 500 fornitori di servizi di comunicazione elettronica, di cui almeno 450 operano esclusivamente con servizi virtuali. Ipotizzando accertamenti su una media di 250 Comuni ciascuno, il numero di cause potenziali raggiunge circa 112.500, per un costo complessivo stimabile in oltre un miliardo di euro: soldi interamente sprecati in cause che intasano i tribunali civili. A questo si aggiungono oltre 500 milioni di euro già iscritti a bilancio da Comuni come entrate che in realtà non sono dovute.
Le richieste al MIMIT
AIIP chiede al MIMIT di emanare con urgenza una circolare chiarificatrice rivolta a tutti i Comuni italiani e a chi gestisce la riscossione del CUP, che spieghi chi deve pagare e chi no, se non anche la chiusura del Tavolo MIMIT-MEF istituito proprio per “definire un idoneo quadro regolatorio ed attuativo della disciplina in materia di canone unico per infrastrutture di comunicazione elettronica” (ai sensi dell’art. 13 quinquies DL 4/2022, conv. con mod.ni L. 25/2022).
“Bastano poche righe per fermare uno spreco da miliardi e tutelare un pezzo importante del tessuto imprenditoriale digitale italiano. AIIP conferma la sua disponibilità collaborare con il Ministero competente” afferma Gilberto Di Maccio, Consigliere dell’Associazione.
Per supportare il sistema, l’Associazione ha intrapreso due iniziative concrete, realizzando uno sportello legale dedicato agli Operatori associati e il portale cup.aiip.it: un sito informativo aperto a Comuni, imprese, cittadini, professionisti del diritto per fare chiarezza su chi sia realmente assoggettato al pagamento del CUP.
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