25/02/2010
Pagina 19 - Cronaca
Le reazioni
In Rete la rabbia per la decisione della magistratura italiana: così ci imbavagliano. Ma tra i lettori del New York Times c´è anche chi applaude
E i provider si ribellano: non siamo sceriffi digitali
JAIME D´ALESSANDRO
ROMA - La rivolta è figlia della Rete. E coinvolge provider, blogger e semplici naviganti. Tutti a dire che la sentenza milanese è sbagliata, viola la libertà e mette il bavaglio alla Rete. «Non siamo sorpresi, sapevamo che sarebbe andata male», commenta amaro Paolo Nuti, presidente dell´Associazione Italiana Internet Provider (Aiip). «Questa sentenza sconvolge il quadro normativo vigente, viola l´articolo 21 della Costituzione sulla liberà di stampa e stabilisce che d´ora in avanti saranno i fornitori di accessi o servizi sul Web a doversi sostituire alla magistratura. Assurdo». Sceriffi digitali insomma, censori costretti a fare il lavoro sporco, quello che altrove viene svolto da stati illiberali come Cina e Iran. Ecco il futuro che, secondo Nuti, toccherà a lui e ai suoi colleghi. Ma l´incubo di una Rete sotto controllo spaventa tutti e appare grottesca alla maggior parte del popolo del Web. In America su TechCrunch, sito autorevole in fatto di cultura digitale, Mike Butcher usa la mano pesante e dà dell´idiota al giudice Oscar Magi. «Qualcuno gli spieghi - scrive Butcher- che non sono stati i tre dirigenti di Google a mettere online quel video. E ha anche un account su Facebook, dovrebbe sapere cosa si intende per contenuti generati dagli utenti».
Eppure tra i lettori del New York Times le voci sono discordanti. Chi applaude alla sentenza, lo fa soprattutto perché pensa che le grandi aziende negli Stati Uniti siano praticamente intoccabili. Piace che qualcuno invece le metta sotto torchio. «I dirigenti di Google sono stati condannati in quanto diretti responsabili delle azioni della loro compagnia?», chiede un lettore che si firma Sipa. «Wow! Possiamo avere anche noi una legge simile?». La maggior parte però spara a zero sull´Italia.
Come fa anche Leslie Harris, presidente del Center for Democracy & Technology, dalle pagine dell´Huffington Post, altro sito d´informazione molto frequentato, che parla di rischio per la libertà su Internet. Per poi prendersela con il premier Berlusconi: «Considerando che Berlusconi possiede in il più grande network televisivo privato, una sentenza simile evoca lo spettro del protezionismo commerciale nel migliore dei casi e della censura da parte della burocrazia nel peggiore».
In Italia l´analisi la fa Andrea Monti, avvocato e presidente della Electronic Frontiers Italy (Alcei), associazione per la difesa della libertà della comunicazione interattiva: «La sentenza non tutela i deboli e danneggia l´intero settore del digitale in Italia. È un freno in termini di competitività. Se i fornitori di servizi e di accesso al World Wide Web dovranno mettere in piedi strutture mastodontiche di prevenzione contro possibili contenuti a rischio, e di fatto bloccheranno tutto per non sbagliare, solo i più grossi potranno restare sul mercato».
e i provider si ribellano: non siamo sceriffi digitali - jaime d'alessandro
Pagina 19 - Cronaca
Le reazioni
In Rete la rabbia per la decisione della magistratura italiana: così ci imbavagliano. Ma tra i lettori del New York Times c´è anche chi applaude
E i provider si ribellano: non siamo sceriffi digitali
JAIME D´ALESSANDRO
ROMA - La rivolta è figlia della Rete. E coinvolge provider, blogger e semplici naviganti. Tutti a dire che la sentenza milanese è sbagliata, viola la libertà e mette il bavaglio alla Rete. «Non siamo sorpresi, sapevamo che sarebbe andata male», commenta amaro Paolo Nuti, presidente dell´Associazione Italiana Internet Provider (Aiip). «Questa sentenza sconvolge il quadro normativo vigente, viola l´articolo 21 della Costituzione sulla liberà di stampa e stabilisce che d´ora in avanti saranno i fornitori di accessi o servizi sul Web a doversi sostituire alla magistratura. Assurdo». Sceriffi digitali insomma, censori costretti a fare il lavoro sporco, quello che altrove viene svolto da stati illiberali come Cina e Iran. Ecco il futuro che, secondo Nuti, toccherà a lui e ai suoi colleghi. Ma l´incubo di una Rete sotto controllo spaventa tutti e appare grottesca alla maggior parte del popolo del Web. In America su TechCrunch, sito autorevole in fatto di cultura digitale, Mike Butcher usa la mano pesante e dà dell´idiota al giudice Oscar Magi. «Qualcuno gli spieghi - scrive Butcher- che non sono stati i tre dirigenti di Google a mettere online quel video. E ha anche un account su Facebook, dovrebbe sapere cosa si intende per contenuti generati dagli utenti».
Eppure tra i lettori del New York Times le voci sono discordanti. Chi applaude alla sentenza, lo fa soprattutto perché pensa che le grandi aziende negli Stati Uniti siano praticamente intoccabili. Piace che qualcuno invece le metta sotto torchio. «I dirigenti di Google sono stati condannati in quanto diretti responsabili delle azioni della loro compagnia?», chiede un lettore che si firma Sipa. «Wow! Possiamo avere anche noi una legge simile?». La maggior parte però spara a zero sull´Italia.
Come fa anche Leslie Harris, presidente del Center for Democracy & Technology, dalle pagine dell´Huffington Post, altro sito d´informazione molto frequentato, che parla di rischio per la libertà su Internet. Per poi prendersela con il premier Berlusconi: «Considerando che Berlusconi possiede in il più grande network televisivo privato, una sentenza simile evoca lo spettro del protezionismo commerciale nel migliore dei casi e della censura da parte della burocrazia nel peggiore».
In Italia l´analisi la fa Andrea Monti, avvocato e presidente della Electronic Frontiers Italy (Alcei), associazione per la difesa della libertà della comunicazione interattiva: «La sentenza non tutela i deboli e danneggia l´intero settore del digitale in Italia. È un freno in termini di competitività. Se i fornitori di servizi e di accesso al World Wide Web dovranno mettere in piedi strutture mastodontiche di prevenzione contro possibili contenuti a rischio, e di fatto bloccheranno tutto per non sbagliare, solo i più grossi potranno restare sul mercato».

